Il professor Giuseppe Roberto Burgio: un Maestro, un Caposcuola

Il professor G. Roberto Burgio con Luigi D. Notarangelo (a sinistra) e Alberto Chiara

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3 COMMENTI

  1. Il Professore non c’è più, il Maestro non è più con noi a stimolarci e a farci sentire parte della Sua Scuola, quella Scuola dove tutti avevano un ruolo e uno stimolo a crescere e a migliorarsi.
    Una Scuola, quella pavese di Pediatria, che ha formato tante generazioni di pediatri che oggi costituiscono una grande realtà al servizio della società.
    La Sua passione per il lavoro, il Suo entusiasmo per il progresso, la Sua curiosità intellettuale, la Sua perseranza nell’ aggiornamento e nella produzione scientifica, la Sua integrità morale continuino a guidarci e unirci nel Suo ricordo.

  2. Ecco, mi viene da dire ‘lo temevo’, sono lontano dall’Italia, per geografia e notizie. Gli anni passano e mi e’ venuto da pensare, ma sara’ ancora vivo?
    Mi piace ritornare ai primi anni settanta, ero interno a Pavia, intravedevo il professore nei suoi ‘giri’ in corsia, temuti e tanto apprezzati. Lo ricordo nel suo Rigore all’approccio del bambino malato, chiudeva gli occhi, ci pensava, quasi come dire ‘le cose devono tornare, il ragionamento deve filare e conchiudersi’. Poi partii dall’Italia, per non fare una Pediatria di lusso e di poco senso, volevo lavorare con i veri bambini malati. Ci sono riuscito e continuo a farlo dopo 33 anni. Il professore lo porto nel cuore, il suo Rigore, il suo esprimersi con precisione, il suo amore per la scienza…..non me li ha insegnati a parole ma li ho scolpiti nella mente. E quindi e’ stato un maestro, il Mio maestro di Pediatria, lo sento e lo vivo ora che sono piu’ ‘vecchio’.
    Se il suo ‘insegnamento’ ha permesso a me di servire meglio altri bambini del mondo oltre a quelli italiani a Lui vada il mio/nostro(dei bambini) GRAZIE.
    Massimo Serventi
    Pediatra
    Port Sudan
    Sudan

  3. Lo incontrai, il prof. Burgio, a Palermo, ancora aiuto di Michele Gerbasi; lo seguii a Perugia nella piccola clinica del policlinico Monteluce e poi, per breve tempo, a Pavia. Mi chiamava Giannino. Poi, spinto dalla vita, lo lasciai. Ci sentivamo ogni tanto al telefono, sempre “Giannino, come va ?”. Un grande uomo, dalle intuizioni geniali, dalla grande etica, lezioni che lasciavano il segno. Poco prima che se ne andasse, volle mandarmi l’ultima edizione del suo Trattato, alla prima delle quali avevo per mia fortuna collaborato. Che peccato, per me, non sentire più il suo “Giannino !!”.

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