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Affrontare l’obesità infantile con un approccio personalizzato, basato su educazione alimentare, attività fisica e, nei casi più complessi, trattamenti farmacologici o chirurgici
Un bambino su tre in Italia è in sovrappeso o con obesità. Il sovrappeso può provocare complicanze metaboliche già in età pediatrica, con un impatto sulla qualità di vita e un aumento del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e ipertensione. L’obesità infantile, che riconosce fra le cause la familiarità, la sedentarietà e abitudini alimentari scorrette, va affrontata con un approccio personalizzato che si basi su educazione alimentare, attività fisica e, nei casi più complessi, trattamenti farmacologici o chirurgici. A sottolinearlo è l’Ospedale pediatrico Bambino Gesù, che lo scorso anno ha seguito oltre 1.300 bambini con problemi di peso.
Stile alimentare e di vita
“Per contrastare il fenomeno del sovrappeso e dell’obesità è necessario affrontare il problema il più precocemente possibile. Per favorire una crescita sana non servono diete, ma stimoli a cambiare lo stile alimentare e di vita in generale. L’attività fisica è importante quanto la nutrizione: i bambini e gli adolescenti dovrebbero dedicare almeno 30-60 minuti al giorno al movimento, ridurre la sedentarietà a meno di tre ore al giorno e svolgere attività sportiva almeno due volte a settimana”, dice Danilo Fintini dell’unità operativa di Endocrinologia e diabetologia dell’Ospedale, e sottolinea: “Ma l’indicazione più importante che mi sento di dare ai genitori è che quando un bambino deve cambiare regime alimentare, lo deve fare tutta la famiglia”.
Il supporto psicologico
Accanto alla sottolineatura delle indicazioni su regimi alimentari equilibrati, l’Ospedale pone l’accento sull’aspetto psicologico collegato alla presenza di obesità, che può avere radici nel contesto familiare e sociale. Spiega Chiara Carducci, dell’unità operativa di Psicologia del Bambino Gesù: “Il supporto psicologico è fondamentale. Interveniamo fin dall’inizio per comprendere il vissuto del bambino rispetto al proprio corpo e individuare le dinamiche emotive che lo portano a mangiare in modo errato. Inoltre, lavoriamo con la famiglia per aiutarla a organizzarsi meglio e a supportare il bambino nel percorso di cambiamento”. Un ruolo importante è giocato dalla motivazione sia del paziente sia della famiglia, la volontà di modificare le proprie abitudini, e dunque il percorso vede al lavoro insieme medici, nutrizionisti e psicologi.
L’aspetto psicologico è importante anche nei casi in cui è necessaria la chirurgia bariatrica, con una valutazione sia prima sia dopo l’intervento. Dice ancora Chiara Carducci: “Il cambiamento corporeo può essere difficile da accettare. Alcuni pazienti, abituati a vedersi obesi, faticano a riconoscersi dopo la perdita di peso. Il supporto psicologico è essenziale per accompagnarli in questo processo di trasformazione”.
Farmaci e chirurgia
I farmaci possono essere richiesti nei casi in cui non si arrivi al risultato con l’educazione alimentare e il supporto psicologico o se il quadro di obesità è già molto grave. Interviene sottolineando Danilo Fintini: “Esistono trattamenti farmacologici, come la semaglutide, che riducono l’appetito e aiutano a controllare il peso. Ma questi farmaci devono essere prescritti con attenzione e usati solo nei casi più complessi”.
Infine, l’ultima opzione (se i farmaci non sono sufficienti o l’Indice di Massa Corporea è superiore a 40 con comorbilità o oltre 50 senza altre patologie) è rappresentata dalla chirurgia bariatrica, indica nel suo comunicato l’Ospedale. “La chirurgia bariatrica è estremamente efficace. I pazienti perdono fino a 60 chili in un anno e nel 75-80% dei casi il risultato si mantiene nel tempo”, racconta Francesco De Peppo, responsabile della Chirurgia pediatrica di Palidoro, e aggiunge: “Tuttavia, non si tratta di una soluzione definitiva: è essenziale un percorso multidisciplinare per garantire il successo dell’intervento nel lungo periodo. Quella bariatrica è l’unica chirurgia che incide su un organo, lo stomaco o l’intestino, che non è realmente responsabile del problema che si vuole risolvere”, ricordando nuovamente il ruolo del fattore psicologico.
Un progetto di ricerca
Sull’obesità è in corso presso la struttura il Progetto Resilient, finanziato dall’unione Europea con fondi PNRR. Coordinato da Melania Manco, unità di ricerca di Medicina predittiva e preventiva, e da Deny Menghini, responsabile dell’unità operativa semplice di psicologia, è un progetto di ricerca per bambini tra i 6 e gli 11 anni e propone un intervento terapeutico personalizzato e globale che integra alimentazione, attività fisica e training sociale e cognitivo.